Qualche giorno fa, la vigilia di San Giuseppe, nelle scuole della Buona Mensa abbiamo preparato la “massa”.Metterla in tavola per centinaia di bambini non è stata una semplice scelta di folklore, né un omaggio nostalgico al passato. Per noi è stato, ancora una volta, un atto di cittadinanza.
Per chi non la conoscesse, la massa di San Giuseppe è un piatto semplicissimo. Tagliolini con ceci (e cavoli a seconda delle versioni), dalla tipica consistenza densa e “ammassata”, e dall’inconfondibile profumo di cipollotto, cannella e chiodi di garofano.
Da queste parti, non è semplice spiegare a parole la bellezza dei giorni attorno al diciannove marzo. Anche quest’anno, San Cassiano ha vissuto “sospeso” tra le tante tavole attorno alla piazza, a Nociglia si sono addobbati i portici del palazzo baronale, a Surano hanno distribuito “i vermiceddhi” a tutti, è stata festa a Giuggianello e a Sanarica. A Supersano hanno acceso “la focareddha comu se facìa na fiata”.
Ogni anno è come se in questi giorni accadesse una cosa strana, una frizzante sensazione di benessere, un piccolo miracolo meteorologico dell’anima: è come se il giorno di San Giuseppe facesse sempre bel tempo.Come se fosse sempre una bella giornata di sole. Come se in quel piatto fumante che ti porta la vicina di casa, ci fosse un calore che non è solo una sensazione fisica.
Preparare la massa per i bambini e le bambine non è semplice folklore. Significa prendere parte a un grande rito collettivo e ricordarsi quanto il cibo sia legato al tempo: quello delle stagioni, quello delle feste ma soprattutto al “proprio” tempo. Quello che ha senso per sé.
Assaporare quel piatto ci fa capire che per essere comunità non basta essere nello stesso luogo, nello stesso giorno.È importante capire il perché quel gesto si ripeta. Preparare e offrire la massa è stato un modo per ribadirci che apparteniamo a una storia comune. Non siamo nostalgici della tradizione, perché sappiamo che la nostra storia evolve nel tempo ma si ritrova sempre nella sua natura collettiva.
Nella Buona Mensa, mangiare non è solo nutrirsi, ma ritrovare ancora una volta la propria identità con il palato.È un’educazione sentimentale, oltre che alimentare: il sapore smette di essere solo una reazione chimica e diventa una mappa.
Anche il diciotto marzo, in quella cucchiaiata di pasta ammassata, i bambini non hanno trovato solo un pasto ma la sensorialità di un legame. Hanno imparato che l’appartenenza ha anche un sapore preciso, un profumo persistente e una consistenza che sa restare impressa nella memoria.
Santi Paduli è un progetto di economia sociale che ha incubato la nascita di un gruppo di cooperative, e ha condiviso un grande manifesto di “atti di cura”, con una rete di istituzioni pubbliche, scuole, enti del terzo settore e aziende.

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